Vi siete mai chiesti quale è la strategia innovativa del colosso Asiatico?

 Acquisizioni e made in …

Syngenta
Syngenta

Questo articolo ve lo spiega partendo dalla ChemChina che intende acquisire partecipazioni nel colosso svizzero Syngenta.

La ChemChina intende sborsare 43 miliardi di dollari per rilevare l’agrochimica svizzera Syngenta.

La ChemChina è un colosso a capitale pubblico, la cui gestione dipende direttamente dal governo di Pechino, ed essa non nasconde le proprie ambizioni internazionali in ogni direzione.

Il gigante cinese nel 2015 ha messo le mani sul costruttore italiano di pneumatici Pirelli (7,4 miliardi di euro).

Recentemente ha annunciato l’acquisizione del produttore tedesco di macchine utensili Krauss Maffei (925 milioni di euro).

Alla ricerca di diversificazione, ha anche rilevato, alla metà di gennaio, una quota del 12% della società di trading nelle materie prime Mercuria, con sede a Ginevra.

“Da una decina d’anni, il governo cinese conduce una politica di internazionalizzazione per trovare fonti di crescita al di fuori del Paese. Nel mirino degli investitori cinesi entrano sia aziende che vanno un male, che perciò sono facile preda, come il costruttore di automobili Volvo, sia società che possono offrire competenze, una tecnologia, un marchio o un brevetto. Ciò può essere visto come una forma di conquista del mondo. Ma anche come un’ammissione di debolezza, poiché è la prova che in Cina non si trovano le risorse necessarie per evitare la stagnazione, tanto temuta dalle autorità”, osserva Marc Laperrouza, docente presso il Politecnico federale di Losanna (EPFL) e specialista della Cina.

Il problema dei cinesi?

Nonostante i colossali sforzi intrapresi negli ultimi anni per modernizzare la propria economia, la Cina ha infatti difficoltà a fare un salto di qualità e ad aumentare il valore aggiunto di una industria nazionale in perdita di velocità. Ciò vale anche per il settore agricolo.

Dopo avere acquistato terre fertili in Africa e in Australia, ora affronta la modernizzazione dei suoi impianti di produzione, per garantire il sostentamento a una popolazione di oltre 1,3 miliardi di persone.

“L’agricoltura impiega il 30% della manodopera in Cina, ma contribuisce solo nella misura del 9% al prodotto interno lordo (Pil). Intanto, la superficie di terra coltivabile nel Paese asiatico si riduce inesorabilmente. Per raggiungere il tasso del 95% di autosufficienza alimentare, fissato dal governo, è indispensabile aumentare la produttività e dunque l’apporto di nuove biotecnologie.

È per questo motivo che l’acquisto della Syngenta ha un’importanza strategica agli occhi di Pechino”, afferma il consulente svizzero Joachim Rudolf, che fino a poco tempo era direttore delle finanze della società cinese Cathay Industrial Biotech.

Alle aziende cinesi non mancano però i mezzi finanziari per cercare di recuperare il ritardo in tutti i settori. Nel 2015, hanno investito 61 miliardi di dollari in fusioni e acquisizioni all’estero, vale a dire il sestuplo di dieci anni fa.

La Syngenta manterrà la sua indipendenza a Basilea, il management in Svizzera non sarà sostituito e non ci saranno tagli di impieghi.

Non si dovrebbe tuttavia temere che i cinesi siano interessati solo alla tecnologia e che trasferiranno nel loro Paese le attività di produzione e di ricerca, non appena ne avranno la possibilità? “La forza di un’azienda come la Syngenta sono i brevetti, i cervelli, i laboratori di ricerca e l’intero ecosistema che ruota attorno. Anche con molti soldi e la miglior volontà del mondo, non sarà facile spostare tutto ciò a Shanghai, Shenzhen e Chengdu.

Fonte: EPFL Losanna, swissinfo.ch

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